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Questionario Iniziale e Finale

Nel primo periodo del secondo anno di sperimentazione abbiamo somministrato agli allievi un “questionario iniziale” con l’intento di rendere gli studenti maggiormente consapevoli del percorso che stavamo iniziando ma anche per ricavare una fotografia della classe relativamente a:
– dotazione tecnologica e le relative competenze nell’uso del computer dello studente e della rispettiva famiglia
– motivazioni allo studio (perchè, come, con chi, quando … studio)
– le conoscenze nell’uso delle tecnologie (hardware, software)
– come potrei utilizzare le tecnologie per scopi didattici

Il questionario è stato somministrato ed elaborato on line, utilizzando l’ambiente Google Docs.

Nella pagina risultati è possibile vedere i dati elaborati

Sarebbe stato maggiormente significativo somministrare il questionario all’inizio della prima classe ma anche l’ideazione e la preparazione di un questionario richiede tempi lunghi e non ci è stato possibile proporlo prima.

Al termine dell’a.s. della classe seconda abbiamo riproposto un “questionario finale” per raccogliere le osservazioni e riflessioni degli studenti sull’esperienza appena trascorsa. Il questionario è stato sottoposto al termine delle lezioni e non tutti gli allievi hanno ancora soddisfatto l’impegno.
Abbiamo deciso comunque di pubblicare i risultati anche se parziali segnalando che saranno aggiornati non appena saranno pervenuti i dati completi

Esiti Questionario Finale non completi e in fase di aggiornamento

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Il referente della cl@sse 2.0

Appena saputo, girovagando in internet, che a settembre il MIUR avrebbe emesso il bando per la selezione delle cl@ssi 2.0 ho capito subito che si trattava di un progetto interessante e che una scuola come il Fusinieri che, da sempre, ha cercato di introdurre innovazioni attraverso le tecnologie digitali, non poteva lasciarsi sfuggire.


Con alcuni colleghi e con il supporto del Dirigente scolastico, prof.ssa Adriana Campesan, ci siamo subito chiesti quale potesse essere per noi una buona Idea 2.0.

Il Fusinieri è un istituto tecnico ad indirizzo economico e informatico e, con il Nuovo Ordinamento, ha avuto anche l’indirizzo relazioni internazionali. L’Idea 2.0 quindi, a mio avviso, non poteva essere generica e riferita semplicemente ad un maggiore utilizzo di strumenti digitali nella didattica delle diverse discipline ma doveva prevedere contenuti e metodologie originali all’interno delle discipline di indirizzo.
Da tali considerazioni, mettendo insieme le nostre competenze informatiche con quelle di tipo economico aziendale e tenuto conto dell’ interesse che abbiamo sempre avuto nei confronti della realtà aziendale locale (da molti anni oramai un elevato numero di nostri studenti partecipa a stage aziendali estivi, a stage all’estero – progetto Leonardo – ed anche a stage post-diploma) da un lato e dell’analoga sensibilità e attenzione che la realtà economica presente sul territorio vicentino ha nei nostri confronti dall’altro, abbiamo progettato con entusiasmo la nostra Idea 2.0.

Al centro abbiamo quindi posto “lo Sviluppo sostenibile e la Responsabilità Sociale d’Impresa” che attraverso una forte interazione con il territorio e l’uso diffuso delle tecnologie ci consentisse di attivare una didattica innovativa e tale da sensibilizzare i nostri studenti con l’obiettivo di far diventare anche la nostra scuola eco-sostenibile.

E’ così che ci siamo anche prodigati successivamente per stabilire contatti con le istituzioni locali: Amministrazione Provinciale e Comunale, Istituti Bancari, Confindustria, Camera di Commercio, Aziende socialmente responsabili non solo per avere qualche finanziamento che ci consentisse di dotare al meglio la classe prescelta di tecnologie digitali ma anche perchè convinti che l’interazione con il mondo esterno costituisca per gli allievi una notevole opportunità di apprendimento e sia anche condizione necessaria allo sviluppo di scuola moderna.

Ci siamo interrogati molto su come utilizzare i finanziamenti per l’acquisto di risorse che costituissero un investimento durevole per la classe e per l’istituto convinti che l’esperienza che avevamo appena intrapreso dovesse essere anche durevole nel tempo e non necessariamente soggetta, come spesso accade, alle scadenze che piò o meno tutti i progetti hanno. Se doveva essere l’occasione per avviare una reale innovazione didattica questa doveva, nel tempo, dall’esempio della classe 2.0 propagarsi ad altre classi dell’istituto.

Purtroppo i tempi iniziali di avvio della sperimentazione non sono stati rispettati e quindi le attività didattiche vere e proprie, nell’ottica 2.0, dopo una fase di “rodaggio” e di confronto costruttivo sulle modalità di realizzazione, sono iniziate soltanto nella terza parte dell’anno scolastico come si può desumere dalla descrizione delle attività descritte su questo sito.

Oltre alla dotazione hardware ci siamo anche chiesti quali fossero gli strumenti software più adeguati sia per incentivare l’interazione con e tra gli studenti sia per documentare le nostre attività. In un primo tempo la scelta più semplice è stata quella di utilizzare la piattaforma Moodle già in uso nella scuola e, per qualche insegnante, anche nella classe. Ho quindi all’interno della classe 2B creato 14 “Corsi” uno per ciascuna disciplina di studio accessibili soltanto dalla classe e dal docente di quella disciplina, uno accessibile a tutti gli studenti e i docenti del Consiglio di Classe ed un altro accessibile soltanto ai docenti.
La piattaforma è servita quindi sia per la didattica curricolare che per la documentazione iniziale di tutte le esperienze di diverso tipo inserite nel progetto specifico della cl@sse 2.0.
Successivamente abbiamo deciso di attivare anche un’area su wordpress “fusinieri2puntozero” per dare maggiore visibilità al progetto e raccogliere in maniera più ordinata e organica tutti i materiali di documentazione prodotti dagli studenti nello svolgimento delle diverse attività.

Scrittura documentata sul Vajont

La tragedia del Vajont: le responsabilità

Laura e Alessandro
In classe abbiamo fatto un approfondimento sulla, purtroppo, famosa strage del Vajont. Ci siamo ben documentati su tutto l’accaduto nella valle del Vajont e in seguito andremo sul luogo dei fatti.
Il 9 ottobre dell’anno 1963 nella valle del Vajont si verificò un disastro industriale e ambientale nel neo bacino ideografico ideato dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità) tra il monte Toc e il Salta, precisamente fu l’ingegnere italiano Carlo Semenza, responsabile delle costruzioni idrauliche, che costruì questa diga che all’epoca era la più grande al mondo.
In classe per prima cosa abbiamo visto l’orazione civile di Paolini, che documenta e approfondisce in modo molto dettagliato tutti gli eventi dal 1956 quando, nei paesi di Erto e Casso, arrivò la SADE che, dopo accurati controlli, decise di costruire “la banca dell’acqua” in quel bacino perché era l’unico a possedere le giuste caratteristiche, però c’è da precisare che iniziarono i lavori senza l’effettiva autorizzazione del ministero.
Nessuno mai nessuno, o almeno coloro che erano responsabili della diga, credevano possibile il fatto che il monte Toc sarebbe franato ed avrebbe inflitto cosi tanti danni ambientali, ma soprattutto umani, infatti ci furono ben 2000 vittime e il paese di Longarone venne completamente raso al suolo da una frana di 270 milioni di metri cubi di roccia. Da notare che la diga non ha ceduto, la frana ha formato un’onda alta 100 metri più della diga.
paolini - foto di Marco Caselli NirmalQuello che più mi ha colpito del monologo di Paolini è stata la sua descrizione del giorno successivo al famoso 9 ottobre 1963. Egli dice “…io il 10 ottobre andavo in seconda elementare mi sveglio la mattina alle sette e mezza, mia mamma piange non perché ha litigato con mio papà, che non era a casa quella mattina, ha fatto il ferroviere mio papà, quella mattina portava la corsetta Treviso-Conegliano lavoratori-studenti, come arriva al ponte della Priula a Susegana sul Piave, trova un segnale di rallentamento il treno deve marciare più lento, a passo d’uomo perché l’acqua del Piave nera lambisce le arcate del Ponte quella mattina, porta giù di tutto carcasse di animali, alberi sradicati, automobili rovesciate, e le sponde del ponte della strada lì affiancato alla ferrovia, sono nere di gente affiancate spalla a spalla, civili e militari girati verso l’acqua ognuno con una pertica in mano, con quelle pertiche fanno un pettine per fermare i morti che in mezzo al resto vengono giù sul filo della corrente altra gente con i rampini li allinea sugli argini da ogni paese del Veneto lungo il fiume. Quel giorno la gente molla la vendemmia e corre a vendemmiar sul Piave per questo è il più grande funerale che abbia superato il nostro paese dopo Caporetto..non dimentichiamo” queste sono le sue parole nel finale dell’orazione, egli descrive nei dettagli la catastrofe del Vajont.
In seguito a questo “teatro” abbiamo analizzato parole e pensieri di alcuni giornalisti che hanno scritto i fatti solo dopo l’accaduto: Buzzati, Bocca, Longo e Tina Merlin che però fu l’unica a dare l’allarme ben sette anni prima, proprio quando al Vajont arrivò la SADE.
Ci siamo impegnati soprattutto nel capire il pensiero di ognuno di essi, per capire se, secondo loro, il disastro del Vajont è accaduto per errore umano oppure come dice Giorgio Bocca “..ma questa sciagura così ‘pulita’, non c’è niente da fare, non ci sono colpevoli”.
A mio avviso il pensiero di Tina Merlin è molto forte e verosimile rispetto agli altri perché lei, tra questi giornalisti, è l’unica che si è battuta fin dall’inizio per impedire la catastrofe che era prevedibile fin dall’inizio, ma è sempre stata ostacolata da coloro che avevano interessi economici sulla diga e hanno preferito il denaro alla sicurezza e alla salute dei cittadini e delle città sottostanti al mostro creato dall’uomo una diga di ben 261 metri. Tina fin dall’inizio denunciò chi voleva costruire la diga perché la montagna era pericolosa e quella è pur sempre una zona sismica, quando scrisse ciò sul suo giornale venne denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Poi, dopo il 9 ottobre 1963, scrive sul suo giornale
Tina Merlin

“..c’è ipocrisia che invoca il silenzio di fronte ai lutti e alle devastazioni, che incolpa di tutto le forze della natura. E c’è chi ci considera soltanto giornalisti più bravi e più coraggiosi degli altri ed è disposto a riconoscere che, sì, qualche straccio di tecnico può essere buttato all’aria purché non si arrivi alla radice. Non sono né più brava né più coraggiosa dei tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la SADE. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il furore per non esserci riuscita.”.
Sono molto toccanti le parole della Merlin ed io sono completamente d’accordo con il suo pensiero e ritengo che ella sia stata una grande donna e bisogna lodarla per il coraggio che ha avuto. Questa terribile strage si poteva evitare, l’uomo ha sbagliato i conti ed è stato ipocrita, ha pensato al denaro e non alla vita di quei poveri montanari.

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